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Morire di lavoro
Massimiliano Fanni Canelles, docente di diritti umani all'Università Cattolica di Milano, medico ed esperto di relazioni d'aiuto in contesti di povertà, direttore del giornale ministeriale SocialNews che ha dedicato un numero intero sugli infortuni sul lavoro, commenta l'ennesima tragica giornata di morti bianche.
Trieste, 03/10/2008 (informazione.it - comunicati stampa) Non si fermano le morti bianche. Tre operai sono morti cadendo per il cedimento della piattaforma sulla quale stavano per costruire il pilone di un viadotto dell'autostrada A1 vicino a Barberino del Mugello.
Negli ultimi quattro anni, durante lo svolgimento del proprio lavoro, di quel compito che lo Stato prevede come base del proprio sviluppo, più di 5000 persone hanno perso la propria vita e molti altri sono rimasti invalidi.
Non solo nella carta costituzionale, ma anche nel Codice civile italiano sono contenuti i principi di sicurezza e di dignità del lavoratore, ma i dati che giungono annualmente sembrano far apparire un progressivo peggioramento della tutela prevista per le vittime di incidenti sul lavoro o di malattia professionale.
Spesso mancano ispettori che controllino realmente, i sindacati sembrano più attenti al salario che non alla sicurezza, le norme esistenti non sono applicate anche perché spesso molto restrittive e costose. Un obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di diffondere una cultura di prevenzione, di portare nelle scuole e nell’università l’istruzione alla sicurezza, di studiare ed affronatre il fenomeno della bassa percezione del rischio nei giovani.
La nostra economia necessità di lavoratori, di uomini e donne disponibili a mettere in piedi una famiglia, ad avere dei figli, di persone che vogliono coltivare le loro passioni, che non vogliono sentirsi una voce di bilancio o una spesa da tagliare, che vorrebbero poter lavorare per vivere e non per morire.
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