Alessia Mocci intervista Alessandro Cortese: ecco il romanzo La mafia nello zaino

Edito nel 2022 da Il ramo e la foglia edizioni con copertina dell’artista palermitano Giulio Rincione, “La mafia nello zaino” è un romanzo che s’addentra nella buia realtà della Sicilia, quella menzionata nel titolo: la mafia.
Roma, (informazione.it - comunicati stampa - editoria e media)

Alessia Mocci intervista Alessandro Cortese: ecco il romanzo La mafia nello zaino
“Ricordo che ero davanti la tivvù e che d’un tratto si interruppero le trasmissioni su tutti i canali. Ricordo la cronaca. Le scene dei film di guerra che erano però verità e non finzione. Io di quel pomeriggio mi ricordo tutto e lo conservo gelosamente… perché quell’evento ha contribuito a farmi diventare la persona che sono e io amo moltissimo la persona che sono. Se avessi mai scritto un romanzo sulla Sicilia, inevitabilmente, avrei dovuto raccontare dell’omicidio di Paolo Borsellino.” – Alessandro Cortese

Un palazzo della memoria, le fondamenta de “La mafia nello zaino” sono i ricordi personali dello scrittore siciliano Alessandro Cortese (Messina, 1980).

Edito nel 2022 da Il ramo e la foglia edizioni con copertina dell’artista palermitano Giulio Rincione, “La mafia nello zaino” è un romanzo che s’addentra nella buia realtà della Sicilia, quella menzionata nel titolo: la mafia.

Con la voce e le aspettative di un ragazzino di appena dieci anni, Alessandro Cortese amalgama ricordi della propria infanzia all’invenzione letteraria per ricordare persone uccise in modo atroce come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, padre Pino Puglisi, ed il ladro Nino Sboto.

“La mafia nello zaino” è la storia di un bimbo, di un nano e di un assassino: ogni personaggio recita al meglio la sua parte cercando di assecondare il Fato.

Alessandro Cortese si è mostrato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande non solo inerenti alla sua pubblicazione ma anche sulla sua vita e sulle sue esperienze. Buona lettura! 

A.M.: La copertina del romanzo è stata curata dall’artista palermitano Giulio Rincione, un’illustrazione che riporta in modo preciso alcuni dettagli importanti, come ad esempio la presenza delle duemila lire nella tasca dei pantaloni del picciriddu ed i fumi neri che traboccano dalle torri cilindriche della raffineria. Come hai conosciuto Giulio?

Alessandro Cortese: Hai presente quando immagini le cose? Se hai un’immaginazione come si deve, capita che quanto hai immaginato tu ce l’abbia davanti agli occhi, come fosse qualcosa di concreto.

Io ho sempre avuto le idee chiare, su cosa ci dovesse essere sulla copertina dei miei libri, e così è stato anche per “La mafia nello zaino”. Sapevo che poteva funzionare soltanto un’immagine che fosse cartoonesca ma non troppo, seria ma non troppo, e ho pensato ci fosse una persona soltanto capace di realizzarla, un artista che è stato la mia unica scelta e l’unico che ho contattato: Giulio Rincione.

Giulio è uno degli illustratori più importanti del mondo, ha uno stile assolutamente unico e, soprattutto, è siciliano. Potrà anche sembrare campanilismo, il mio, ma non lo è: certe cose nel mio romanzo potevano essere veramente colte soltanto da un siciliano… e questo dissi a Giulio, quando lo contattai. Gli dissi che ero convinto che solo un altro siciliano avrebbe saputo raccontare il mio romanzo con un’immagine e basta. E così è stato: nessuna prova, nessun bozzetto. Giulio ha letto il libro e ha illustrato la copertina perfetta.

La sua copertina sarà, probabilmente, uno dei motivi che mi faranno gioire sempre dell’idea di essere tornato nel mondo letterario, dopo averlo abbandonato. Basta guardarla per capire quanti dettagli trovino posto perfettamente all’interno della cornice: le due mila lire in tasca al picciriddu, ad esempio, che vengono rubate dalla borsa di Raffaella all’inizio del romanzo, o la raffineria sullo sfondo del teatrino dell’Opera dei Pupi. Nessuno ha suggerito a Giulio cosa disegnare, è tutto frutto della sua visione artistica… ma se avessi suggerito qualcosa, gli avrei chiesto di mettere in copertina la raffineria: la Sicilia ha sofferto, e soffre, per la presenza dei molti petrolchimici che ne hanno devastato tanto il territorio quanto la salute pubblica; nella Valle del Mela, dove si erge il “mostro”, la raffineria di Milazzo, ci sono zone limitrofe in cui ogni famiglia ha un malato di tumore in casa, eppure è tutto normale, sia per lo Stato che per le autorità ambientali; vivere in Sicilia significa anche questo: si baratta la propria salute pur di avere in cambio uno stipendio sicuro.  

 

A.M.: “La mafia nello zaino” è un romanzo di finzione letteraria che riconduce ad eventi accaduti nella realtà, uno di questi è centrale nel libro e nella vita del protagonista, cioè la presenza del giudice Falco Di Giovanni e del suo collega Paolo, esempi di persone oneste che cercano non solo di aiutare a ristabilire una sorta di ordine ma anche di tagliare i fili del “puparo” che manipola i cittadini come se fossero marionette. Era tua intenzione palesare l’omaggio a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone perché sin da subito li hai presentati come tali, dunque, ti chiedo perché un siciliano di Messina sente il dovere di ricordare episodi accaduti nel 1992?

Alessandro Cortese: Ho scritto “Il bimbo, il nano e l’assassino” (inizialmente il titolo era questo, “La mafia nello zaino” è stata una fortunata intuizione dei miei editori, Giuliano Brenna e Roberto Maggiani de Il Ramo & e la Foglia, NdA) nel 2015, di getto. In 5 mesi. Per me era un periodo particolare… a tutti gli isolani, andati via dall’Isola, succede che a un certo punto della vita si voglia tornare a casa. È il richiamo della terra ed è il richiamo del sangue o, se preferisci, è il canto della sirena. Davvero ho pensato di tornare a casa, nel 2015… ma chi va via non può più tornare. Non davvero. Ho quindi voluto farlo ma non fisicamente, l’ho fatto in modo a me più congeniale, costruendo un palazzo della memoria.

Nel mio palazzo della memoria, il paese è diventato simbolo dell’intera regione: la Sicilia inizia quando entri in paese e uscire dal paese significa uscire dalla Sicilia. Ho usato precisi riferimenti geografici non badando al fatto che non fossero poi corretti nel contesto locale, perché a me interessava costruire una Sicilia fatta di ricordi. Sono gli splendidi ricordi di quando ero un ragazzino che correva, con gli amici, in BMX rossa ogni pomeriggio. Sono i ricordi che mi porterò fino a quando sarò vecchio, perché mi ricordo ogni minuto di quei pomeriggi e ogni avventura vissuta in posti che, in Sicilia, sono esattamente uguali e come erano più di trent’anni fa, quand’ero quel bambino.

Ho smesso di essere quel bambino quando uccisero Paolo Borsellino: l’omicidio di Falcone fu per me più distante… mi giunse la notizia ma non vidi servizi ai telegiornali, fu come se mi avessero riferito la cosa ma non ci rimasi davvero a pensar su.

Per Borsellino fu diverso. Ricordo che ero davanti la tivvù e che d’un tratto si interruppero le trasmissioni su tutti i canali. Ricordo la cronaca. Le scene dei film di guerra che erano però verità e non finzione. Io di quel pomeriggio mi ricordo tutto e lo conservo gelosamente… perché quell’evento ha contribuito a farmi diventare la persona che sono e io amo moltissimo la persona che sono. Se avessi mai scritto un romanzo sulla Sicilia, inevitabilmente, avrei dovuto raccontare dell’omicidio di Paolo Borsellino.

 

A.M.: “«La mafia?» lo sentii ripetere. «E che è?». […] «Persone» gli risposi. «Che fanno cose cattive». […] «Ma chi t’ha insegnato questa parola?» volle sapere mia madre […] «Il giornale. L’ho letta». […] «E sai perché non hai visto la mafia?». […] «Perché la mafia è come Colapesce. È una leggenda che si sono inventati in televisione, per raccontare qualcosa ai vecchi che non lavorano più e restano a casa tutto il giorno. I vecchi guardano i telegiornali, che gli raccontano qualcosa vera e qualcosa no. La mafia non è vera».” Il nostro piccolo eroe, il picciriddu, è incuriosito da questa entità – la mafia – di cui in paese non si vuole parlare; l’argomento diventa appassionate e si rivolge ai genitori la cui risposta lo lascia ancora più disorientato. Ritengo che questo breve dialogo sia come il taglio dell’occhio nel film di Luis Buñuel, una cesura netta con il passato che apre al caos. Quand’è stata la prima volta che hai sentito la parola “mafia”? Hai usato elementi autobiografici per scrivere il dialogo sopracitato?

Alessandro Cortese: Non saprei dire quando ho sentito per la prima volta la parola “mafia”… probabilmente a scuola, o da qualche adulto che ne parlava, magari da qualcuno che voleva fare una battuta o in televisione, visto che quand’ero bimbo andava sulla Rai la fiction de “La Piovra”. Sinceramente non saprei dire, con certezza, quando ho sentito per la prima volta questa parola. Mentre posso dire con certezza, invece, che quel dialogo sulla mafia tra il mio picciriddu e i suoi genitori sia uno degli eventi incredibili che la scrittura sa regalare: sono sempre rimasto convinto che, quando inizio a scrivere di loro, i miei personaggi vivano di vita propria; dire che io non gli ho mai messo in bocca le parole che dicono può sembrare inverosimile, ma davvero io resto in ascolto di ciò che hanno da dire… la sensazione che ho spesso provato è di scrivere sotto dettatura, facendo attenzione a cogliere ogni parola, un po’ come mi capitava all’università quando prendevo appunti a lezione, solo che ascolto gente che non esiste davvero, non in questo mondo almeno.

Ma per quanto quel dialogo non sia autobiografico, sono moltissimi gli elementi che lo sono invece… Giulio il ladro, il ragazzo ucciso all’inizio del mio libro, è in realtà Nino Sboto e davvero a lui hanno tagliato le mani perché rubava; allo stesso modo, la scena dell’omicidio fuori dalla sala giochi è il racconto esatto di quanto successe quel pomeriggio, io stavo giocando ai videogames e ammazzarono a colpi di pistola un tizio a 50 metri di distanza.

Come dicevo, questo mio romanzo è un palazzo della memoria e le fondamenta di questo edificio sono i ricordi personali che probabilmente non potrò mai dimenticare, per il carico emotivo che sono stati capaci di concentrare. Il resto è il racconto di personaggi nati tra quei ricordi, che usano alcune cose del mio passato per dire al lettore di loro.

 

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Leggi una recensione de “La mafia nello zaino”

https://oubliettemagazine.com/2022/02/06/la-mafia-nello-zaino-di-alessandro-cortese-un-omaggio-a-giovanni-falcone-e-paolo-borsellino/

 

 

 

 

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