Il concerto ABSCHIED inaugura la stagione del Teatro Bonci di Cesena, domenica 18 ottobre alle ore 21

Tre Piccoli Quadri Decadenti: Marco Taralli
Bologna, (informazione.it - comunicati stampa - arte e cultura) Il Canto della terra è il più significativo ciclo liederistico composto da Mahler. Si tratta di sei brani che si basano su testi dovuti alla ricostruzione di antiche poesie cinesi compiuta da Hans Bethge in cui tema centrale è la caducità della giovinezza e della gioia. Mahler li compose nel 1908, poco prima della nona sinfonia, in una fase molto delicata della sua vita, quando venne informato dal medico di essere affetto da un grave disturbo cardiaco. Superata la disperazione iniziale, egli conquistò una più elevata consapevolezza della vita ed entrambe queste due sue ultime grandi opere emanano una serenità interiore e una rassegnazione decisamente inedita per il compositore.

Alla successione dei sei canti Mahler attribuì il sottotitolo di “Sinfonia per tenore, contralto (oppure baritono) e orchestra”; il ciclo lascia in effetti trasparire una struttura sinfonica, collocandosi in una posizione intermedia assai difficile da definire tra sinfonia vocale e ciclo liederistico per orchestra, tanto che i singoli brani (Il canto bacchico del lamento della terra, Il solitario in autunno, Della giovinezza, Della bellezza, L’ebbro in primavera, L’addio) sono stati ricondotti a movimenti di una sinfonia, della quale sicuramente il ciclo abbraccia l’ampia aspirazione espressiva definendosi come una grandiosa meditazione sulla vita e sulla morte.


L’ultimo movimento in programma, Der Abschied, per le sue dimensioni e per la trasfigurazione conclusiva dei temi poetici che hanno ispirato i cinque precedenti brani, è da considerarsi una sorta di seconda parte del ciclo. Se nella prima parte i temi della vita e della morte, con toni ora disperati, ora eroici, ora gioiosi, sono espressi attraverso le immagini del ciclo inarrestabile del tempo e della natura, del vino e dell’ebbrezza, l’ultimo movimento adotta un punto di vista diverso e con una nuova visione della natura nella sua struggente bellezza offre in ultimo la soluzione all’eterno problema così ben espresso nella drammatica domanda del beone in Der Trunkene in Frühling : “Se la vita è solo un sogno, / Perché allora affanno e tormento?... / Che me ne importa poi della primavera? Lasciatemi stare ubriaco”. La risposta viene ora dalle serene parole finali: “La cara terra ovunque fiorisce in primavera, e ancora rinverdisce, / Ovunque e per sempre rimarrà azzurro il cielo! / Per sempre…per sempre…” e il ciclo della natura, ineluttabile e incomprensibile finora, diviene promessa di nuova vita, nuova giovinezza e riconciliazione.


Questo movimento, da alcuni considerato il brano più bello composto da Mahler per la voce, è l’addio di Mahler alla vita ma è sicuramente qualcosa di molto di più: un rassegnato congedo anche da tutti quei pensieri, valori, sentimenti che avevano formato l’ottocentesco universo romantico, un mondo ormai morente che aveva trovato in Mahler il suo ultimo visionario portavoce, una voce presaga del dramma del conflitto mondiale che dilanierà da lì a pochi anni tutta l’Europa. A questa voce si aggiungeranno le voci di tanti altri artisti e intellettuali, come quella di Renato Serra che nel suo Esame di coscienza di un letterato, nel 1915, con queste parole darà il suo addio alla vita: “ Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto”.

Sinfonietta concertante
(per pianoforte concertante e orchestra)


“Io non vivo nel passato e neppure nell’avvenire.
Non posso aver coscienza che della mia verità di oggi.
Sono chiamato a servire questa verità e la servo con piena lucidità.”

La frase è tratta dalle Cronache della mia vita di Igor Stravinskij e ritengo che sia molto adatta a esemplificare il brano composto per quest’occasione.

Come in qualsiasi arte, anche in musica è proprio Stravinskij che ci insegna che il confine tra stili e mondi sonori è fittizio, ed è completamente piegabile alla nostra volontà; come il far riconoscere come già conosciuto ciò che in realtà è nuovo e viceversa; e questo è solo uno dei tanti mezzi che il grande compositore russo utilizzò nel corso della sua vita.

D’altronde nella realtà che viviamo immersi in una pseudo-cultura multimediale, tutto è pronto a essere fagocitato e riciclato, sia una tela di Leonardo o una sinfonia di Mozart sia una serie televisiva.

Non affermo certo niente di nuovo se scrivo che nella modalità confluiscono le radici comuni ai vari sistemi musicali, che civiltà diverse hanno espresso nei secoli prima che in Europa si venisse a consolidare quel sistema che noi definiamo tonale.

A questo proposito il mescolamento razziale che oggi diviene di fatto la caratteristica saliente di questi anni, ci impone l’attenzione ancor più che in secoli passati, sul miscuglio linguistico e sulle difficili relazionabilità tra diverse etnie e tradizioni. Non possiamo più rifiutare questa condizione, né fare finta di niente. Questo processo non nega le nostre radici, ma le sovrappone di forza ad altre. E' un fatto e non una condizione intellettuale.

La scelta di operare con tecniche contrappuntistiche fuse a protocolli percettivi, fa parte del mio percorso compositivo intrapreso tanti anni orsono. Intuizione che per altro ha accomunato nel secolo precedente illustri musicisti quali: Debussy, Bartók, certo Stravinskij, Messiaen, Dallapiccola, Scelsi. La modalità costituisce un ponte fra gli opposti tonalità-atonalità, restituendo però la possibilità, all’interno di una propria scelta stilistica, di avere, come nei secoli passati referenti percettivi ben definiti. I più semplici rudimenti di psicologia della percezione ci insegnano, che un elemento costantemente variato ingenera solo monotonia, esattamente come il suo opposto. In anni di ricerche sfrenate, forse si è spesso dimenticato che il comporre è una scienza di equilibrio di vari materiali, dove il rapporto fra pensiero e suono non è propriamente uno dei più marginali.

La geometria si è intromessa nelle arti figurative, e anche in musica abbiamo valenti esempi di strutturazione della forma da Bach a Bartók a Ligeti, ove gli inganni percettivi sono alla base della struttura stessa. La mia musica prende spesso i passi da tecniche legate all’inganno percettivo, come d’altronde molta arte del passato; amo in particolar modo le illusioni percettive che rimandano ad una finta riconoscibilità del “già udito”, mixare la storia in un improbabile presente. Il far ritrovare all’interprete e all’ascoltatore ciò che in realtà spesso non c’è. Ritengo che quasi tutta la mia produzione rifletta uno specchio di relazioni impossibili, che scorrono su di un piano iperbolico di forma circolare.

Ho usato forme essenziali come semplici contenitori di materia. Sì, materia nel senso di materiale sonoro, cercando di fissarla in un continuo divenire che non si spostasse mai da un cardine centrale “baricentro percettivo”.

Una pratica compositiva in qualche modo ben conosciuta da Beethoven, e ripresa poi in seguito dai succitati Bartok e Ligeti; anche se al di fuori del sistema tonale con l’utilizzo di centri di polarizzazione.

D’altronde contesti diversi fanno assumere ai materiali sonori significati diversi. Ed è in questa direzione che vengono elaborati i tre movimenti della Sinfonietta.

La percezione di un’evoluzione, anche quando essa è scientemente negata, un paradosso in cui l’unico risultato è l’immobilismo nel movimento o la relatività del movimento stesso.

E come sempre avviene in musica i calcoli, utile supporto, devono ben presto lasciare spazio a leggi temporali e percettive che consentono di dare corpo unitario all’evento sonoro.

E per dirla con Anton Ehrenzweig:

“... la macro-fisica e la micro-fisica hanno dovuto abbandonare i concetti comuni di spazio e di tempo quando si sono inoltrate nei mondi delle stelle e dell’atomo; dobbiamo meravigliarci, allora, se anche noi dobbiamo abbandonare i concetti razionali di spazio e di tempo quando scendiamo nel nostro inconscio” (Claudio Scannavini).


Marco Taralli

Tre Piccoli Quadri Decadenti
Note di sala a cura di Corinne Baroni


Cosa spinge un letterato a scrivere, un musicista a comporre, un pittore a dipingere?
L’esigenza di dare un’espressione visibile, comunicabile e condivisibile alle riflessioni della coscienza. A volte si creano situazioni esterne così pregnanti ed inevitabili da costringere la coscienza ad intraprendere un percorso di interrogazione profondo. Per Renato Serra la Prima Guerra Mondiale è stata il pretesto per dare voce ai pensieri, frutto di lunghe interrogazioni interiori, che lo abitavano da tempo « … Quelli penetrati così dentro da diventare un’abitudine, un’ombra ormai naturale, un peso inevitabile, …»

Nei “Tre piccoli Quadri Decadenti” per voce e orchestra Marco Taralli si è lasciato ispirare da uno dei molti aspetti dell’intellettuale cesenate, quello che manifesta la coesistenza in lui di due aspetti apparentemente contradditori: l’intensità e la forza di una passione che appartiene di diritto ad una giovane mente fresca e brillante e la profonda maturità introspettiva che distingue invece l’anima di un uomo maturo.

La forza propulsiva della giovinezza sovrapposta ai caldi colori di una consapevole maturità, conducono inesorabilmente alla sfera del disincanto e della disillusione, un’orbita decadente intesa nella sua accezione positiva che ha spinto Marco Taralli ad esprime in musica un parallelo comunicativo elaborato attraverso il filtro degli occhi e la sensibilità di un’anima del nostro tempo, che un secolo dopo si trova ad osservare e a reinterpretare pensieri e sentimenti di un'altra generazione.

La riflessione di Marco Taralli si articola in tre distinti momenti attraverso i tre piccoli quadri decadenti ognuno significante ed appartenente allo stesso mood: osservazione, ricordo e distruzione.

Il primo quadro racconta l’osservazione immobile del mondo che ci circonda, una perpetua ricerca di una stabilità che viene ambita, talvolta sfiorata, quasi toccata ma mai completamente raggiunta e trattenuta.
Il secondo quadro ha il sapore della memoria, di una rimembranza, ed un ritmo di valzer da Bell’Epoque veicola ed ispira nell’immaginario collettivo il ricordo di un qualcosa che si torna a cercare, a desiderare, a volere, ma che l’intima parte di noi sa essere definitivamente perso.
Nel terzo quadro arriva l’inevitabile e drammatica distruzione del mondo con violenza, lacrime e sangue; tutto crolla e cessa di esistere; ciò che era adesso non è più. Resta solo un enorme cumulo di macerie sulle quali frammisti ai ricordi si va a levare un canto di voce umana, puro, lineare, senza parola, una voce primordiale quasi sovrannaturale che si va a sdoppiare per creare un’eco di se stessa: la voce della Madre che reclama il diritto alla propria esistenza.

INFO:
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Ufficio Stampa
Giancarlo Garoia
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